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TESTO AUTOBIOGRAFICO DI LUIGI MANCINI PER “Le Marche l’orto del vino”

Testo autobiografico scritto da Luigi Mancini per
“Le Marche l’orto del vino”

di Andrea Zanfi, pubblicato nel 
2007 da Carlo Cambi Editore

È curioso il destino degli uomini. Io avrei voluto progettare automobili e invece mi ritrovo qui, a quasi quarant’anni, a parlare di come produco vini e di come cerco di interpretare i caratteri della mia terra. Non si tratta esattamente dello stesso mestiere. Arrivai in azienda alla fine del 1995.

Mio padre Ettore aveva deciso di vendere la villa di Fano e di trasferirsi nella casa della cantina. Per lui, allora unico membro della famiglia ad occuparsi di Fattoria Mancini, sarebbe stata senz’altro una sistemazione più comoda per seguire l’attività, ma per me, allora studente di ingegneria abituato alla vita cittadina, la prospettiva del trasloco in campagna era decisamente meno entusiasmante. Conoscevo appena la cantina e quasi affatto i terreni della proprietà, dato che mio padre si era sempre ben guardato dal farmi frequentare quell’ambiente di lavoro nel quale lui stesso, interrotti gli studi di ingegneria, si era dovuto cimentare e credo anche poco volentieri. In effetti i miei studi ormai da svariati anni procedevano piuttosto a rilento e non per scarso entusiasmo verso la materia, tutt’altro; era, infatti, proprio la forte passione per la meccanica e soprattutto quella automobilistica, che mi faceva rivolgere più attenzione alle officine e alle pagine della stampa specializzata, piuttosto che alle aule universitarie e ai testi di analisi matematica. D’altronde, secondo la buona tradizione accademica italiana le materie di studio hanno sempre avuto scarsa aderenza con gli aspetti pratici e mi ritrovavo a non nutrire simpatia per quel modo di insegnare. All’età di undici anni avevo vissuto a Londra e frequentato una scuola inglese dove il pragmatismo anglosassone mi consentiva risultati scolastici ben più brillanti di quelli ottenuti in patria. Qui non avevo mai accettato che in centinaia di ore di lezione non si fosse mai preso in mano un bullone! Così passavo buona parte del mio tempo a disegnare automobili, modificare motori e leggere manuali. Tutto ciò per cui mi ero iscritto alla Facoltà di Ingegneria mi stava in realtà allontanando dalla laurea.

Quando ci si trasferì nella casa dell’azienda, una delle mie prime preoccupazioni fu quella di trovarmi un locale per la mia officina e per la mia auto. Lo trovai nell’angolo della cantina più distante da casa: per arrivarci dovevo attraversare tutto l’edificio. Fu così che cominciai a chiedermi come funzionasse quel mondo dal quale ero stato prudentemente tenuto lontano e del quale non sapevo assolutamente nulla. Una cosa era evidente e su questa convenivo con mio padre: la struttura non era più adeguata ai tempi. Peccato, perché nei primi anni ‘70 era stata progettata come una cantina razionale ed innovativa. Pochi anni prima mio nonno Luigi, anche lui ingegnere come molti Mancini, aveva venduto la propria impresa edile ed insieme a mio padre aveva deciso di investire nella ricostruzione dell’azienda agricola. Realizzarono la nuova cantina – la quarta della famiglia dalla metà dell’Ottocento – e una quarantina di ettari di nuove vigne a Roncaglia e a Focara, splendide colline a strapiombo sul mare, poco a nord di Pesaro. Poi, per tanti anni, si erano mantenute le cose così com’erano.

Decisi così di dare una mano al rinnovamento, rientrando dall’università “…un giorno prima…” nei fine settimana. Ben presto il “giorno prima” divenne alcuni giorni prima e quando mi accorsi che stavo tornando dall’università in azienda il martedì, capii che era giunto il momento di prendere una decisione.

In quel momento compresi che ero stato irrimediabilmente coinvolto da quella cantina. Spesso, tornando a casa tardi, dopo aver parcheggiato l’auto, attraversando la cantina prendevo una sedia e mi fermavo a guardarla per ore, cercando di capire come funzionasse e come si potesse trasformarla per avviare un nuovo corso aziendale. Iniziai a viaggiare per cercare quanto di utile potessi trovare altrove. Prima in Italia, poi molto spesso in Francia ed infine, inevitabilmente, in quei paesi che coltivano Pinot Nero – il nostro vitigno di famiglia – Nuova Zelanda, Oregon, California.
Nel giro di pochi anni la cantina subì un cambiamento sostanziale. La struttura razionale creata da mio padre e da mio nonno mi fu di grande aiuto, mentre la passione per la meccanica mi fece affrontare con entusiasmo la gran mole di lavoro e di studio necessaria per la trasformazione tecnica. Di lì a poco, con lo stesso spirito con il quale avevo lavorato in cantina avrei potuto interessarmi dei vigneti e mi accorsi che mi si stavano aprendo nuovi orizzonti, molto più complessi di quanto avessi visto fino a quel momento.

Fattoria Mancini era vissuta principalmente di vendita di vino sfuso alla clientela locale e nonostante l’uso di sistemi di vinificazione raffinati, la produzione di bottiglie era una parte modesta nel fatturato dell’azienda. Tuttavia sono state proprio le etichette di allora la solida base della nostra gamma attuale; soprattutto compresi, quando decidemmo di trasformare l’attività rivolgendoci al mercato della bottiglia, che in casa esistevano già dei vini meritevoli di sviluppo e dei vitigni sui quali si doveva puntare. Primo tra tutti quel Pinot Nero, tanto caro a mio padre e a suo nonno, introdotto dall’amministrazione francese durante la dominazione napoleonica e ormai coltivato sui nostri terreni da quasi due secoli. Non si trattava di uno dei soliti vitigni internazionali; dal 1870, quando il trisnonno Luigi acquistò uno di quei terreni vitati dai francesi, quello stesso Pinot Nero era sempre stato gelosamente custodito in Fattoria Mancini e ormai a buon diritto lo si poteva considerare un autoctono. In quasi duecento anni di adattamento al nostro suolo e al nostro clima, aveva acquisito delle caratteristiche uniche ed irripetibili altrove. Nel vino si riscontravano i caratteri varietali tipici del vitigno, cosa assai rara per un Pinot Noir coltivato nell’Italia centrale.
D’altronde chi all’epoca, pur possedendo un Impero, aveva deciso di piantare del Pinot Nero proprio qui, sulla costa di Pesaro, qualche buon motivo lo avrà pur avuto.
Decidemmo di andare oltre la semplice produzione e avviammo, in collaborazione con l’Università di Milano, una complessa ricerca finalizzata alla selezione clonale del Pinot Nero di Focara. Presto gli studi si estesero all’Albanella, un’uva a bacca bianca esclusiva di questa zona, dotata di caratteristiche estremamente personali e interessanti.
La ricerca, intesa nel senso più lato, divenne rapidamente una colonna portante della nostra filosofia aziendale, una forma concreta di quella volontà di capire che ha sempre caratterizzato il mio modo di vivere, ed è stato uno stimolo costante a perfezionare qualsiasi processo produttivo. Negli ultimi anni la ricerca è stato lo strumento più appassionante per raggiungere nel vino l’espressione dei caratteri della mia terra e dei suoi vitigni, pur sempre, e necessariamente, interpretati con il mio stile personale, quello stile che avrei voluto dare alle mie automobili e che oggi cerco di dare alle mie bottiglie.

Luigi Mancini

Indirizzo

Strada dei Colli, 35
(ingresso su via del Gabbiano, sn)
61122 Pesaro (PU) – Italy

Contatti

info@fattoriamancini.com
+39 0721 51828

Fattoria Mancini S.r.l. agricola – Partita IVA 02593150416